Colloquio di lavoro

“… E per finire, vorremmo che ci dicesse qual è la cosa più grande che le è mai capitato di uccidere. Non si preoccupi, non la denunceremo! (risatine) Ci interessa solo vedere come risponderà, per capire qualcosa di più su di lei.”

“Mi faccia pensare… Ero un ragazzino, nove o dieci anni al massimo. Nella casa al mare dei miei nonni, d’estate, assieme a mia sorella. Lei avrà avuto due anni, all’epoca. Un pomeriggio, faceva molto caldo, i miei nonni erano a letto e io leggevo Topolino seduto in poltrona. Mia sorella giocava sul pavimento, aveva una di quelle pianoline Bontempi, ha presente? Continuava a suonare le stesse sei note, me le ricordo ancora. Sol. Si bemolle. Si. Sol. Sol. Mi. Io cercavo di concentrarmi sulla storia, volevo davvero sapere come Paperoga si sarebbe cavato d’impaccio, ma quelle sei note mi distraevano, erano martellanti, ossessive. Non ne potevo più. Così ho aperto la finestra – eravamo in un appartamento al terzo piano – e ho chiesto a mia sorella di guardare fuori con me, che forse c’era l’arcobaleno. Lei ha accettato entusisata. Amava molto l’arcobaleno, sa? Pensi che Sorrideva ancora, mentre cadeva veloce verso il cortile. Ho richiuso la finestra, abbassato la tapparella.  Finalmente c’era silenzio. Ho finito di leggere Topolino, poi sono andato in camera e ho fatto un riposino. Ho dormito splendidamente.

“…”

“Ah, ma mi avete chiesto la più grande, che sciocco. Venendo qui ho investito un cane.”

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